mercoledì, 30 luglio 2008, ore 14:04

Quando non hai corpo ti conosci meglio
scorre e dice l’acqua
niente si specchia in te.
Quando non sei corpo
susciti ogni meraviglia
e, meravigliato, sei sbigottito
dalla conquista.
La natura ti annulla, è niente
e tu sei natura

Marco Amendolara

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lunedì, 12 maggio 2008, ore 11:16

Con bradipica intenzione si scrive su queste pagine e, non contento di tale estenuante dilatazione temporale (il trascorrere sul blog è scandito dai miei post a distanza di mesi l'uno dall'altro...), si apre anche la pagina su myspace....

mah... stranezza del mio essere ! 

Sarà per questo che mi sono sempre dilungato improvvisando nello slow blues...

Fatto sta che ho ritrovato magnifici amici anche di là... www.myspace.com/bluegus

 

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lunedì, 04 febbraio 2008, ore 09:53

Era mattina, era piuttosto tardi, ascoltavo Etta James a memoria passeggiando in centro. Ho sentito un anziano signore bestemmiare con veemenza nei confronti di quel dio che in quel preciso momento permetteva ad un gruppo di ragazzi di rincorrersi e, involontariamente, procurare fastidio a lui, il povero malcapitato. E' bello guardarsi intorno ed osservare come, anche in una fredda domenica di pioggia, tanti bimbi siano felici di indossare le proprie maschere colorate e correre. E' uno spettacolo vederli così felici, a volte imbronciati, sempre curiosi della novità e con la voglia di stupirsi, stupire e mostrare sincera meraviglia. Le maschere del carnevale dei bimbi sono un'ulteriore espressione del desiderio innato di gioia e serenità di chi, come loro, ha solo appena intuito che prima o poi le cose cambieranno. Le maschere, quelle tristi, quelle VERE, le maschere dietro cui nascondere la paura, la vergogna, l'incoerenza, l'indiscrezione, l'indecenza, la consapevole ed inaccettata mediocrità, sono quelle di tanti altri che proprio a carnevale portano in giro se stessi senza pudore, senza pietà, infastiditi dalla confusione, dal rumore, dagli schiamazzi innocenti di quei giochi per definizione folli e spregiudicati. Il carnevale ricorda loro la maschera ormai incollata, fusa sul volto o, peggio, nell'anima, la maschera che gli resta indossata anche quando al mattino si guardano allo specchio consapevoli di fottere se stessi sperando di non accorgersene.

E' giusto averne di maschere, indossarle aiuta a sopravvivere, è ancora più importante toglierle spesso.

Per favore, suona e ascolta...magari il Blues, oppure il buon Chick, la maschera prima o poi andrà via.

 

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lunedì, 07 gennaio 2008, ore 08:33

In effetti mi capita proprio di rado, quando la birra ha un senso ed è davvero buona, di smettere di bere nel pieno di un sorso dissetante; ma in quel caso non potei proprio fare diversamente. Era salito sul palco da poco, da ospite cortese si stava accordando con i musicisti sul pezzo da improvvisare ed io aspettavo che iniziasse. Era una sera un po’ particolare, da pochissimo era finita una storia importante e mi stavo dedicando una bevuta in musica al Mermaid’s per impedire alla mia testa di ragionare troppo sui recenti trascorsi. Fu un lampo quello stacco in levare del batterista, due colpi netti, un affondo improvviso al cuore e, immediatamente dopo, il fragore furioso del solista. Proprio allora smisi di bere, intontito ed attratto dallo spettacolo di quel personaggio che, sputando e vomitando fuoco dalla sua armonica si dimenava come un rettile pericolosissimo che, piuttosto che farsi ipnotizzare da altri, al tempo stesso ammaliava col suo strumento tutti e se stesso, comportandosi da incantato e da incantatore. La combinazione esplosiva di un personaggio perfettamente consapevole del suo stato, in musica tecnicamente ineccepibile ed al contempo pervaso da un furore quasi mistico caratterizzato da punte di estro ispirato tali da far tornare alla memoria ancestrale di tutti il più folle dei riti misterici di un passato antichissimo mi sconvolse completamente. Quello, in quell’istante e da nessuna altra parte nel mondo era il Blues. Durò tutto troppo poco, ma bastò per rendere la birra calda, forse colpa dell’atmosfera rovente, l’estate, la musica, i pensieri. Raggiunsi il musicista sconosciuto alla fine del concerto. Era seduto di fronte al palco, dava le spalle alla platea di tavoli e panche e, poggiandogli una mano sulla spalla gli feci i miei complimenti. Era vestito di nero, giacca e pantaloni, camicia bianca, si alzò e sorrise dicendomi “allora ti piace come suono l’armonica ?”. Mi spiazzò ulteriormente e lessi nell’intonazione delle sue parole l’entusiasmo di una vita comunque complicata, non priva di contraddizioni e sofferenza. “Suono anch’io, il piano, il blues” - dissi - e sorrisi anch’io, forse non ci scambiammo altre parole, ma ricordo che mi salutò lasciandomi un suo biglietto da visita con il disegno di una rosa rossa.

Non passarono molti giorni, ci ritrovammo insieme sullo stesso palco, nello stesso locale, con altri amici, cominciammo a suonare e da allora non abbiamo più smesso. Ma questa, come dicono alcuni, è un’altra storia.

 

Grazie Rosario

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venerdì, 02 novembre 2007, ore 10:10

Straight Up, disco del 1973, contiene, tra gli altri, "Shotgun Blues" ed "(Everything I need) Almost". Per gioco ed in tempi non sospetti l'LP fu fatto ascoltare da Dan Aykroyd a John Belushi che fino ad allora aveva sempre preferito l'Hard Rock e l'Heavy Metal.

Fu con Straight Up che John vide la sua "luce"... il resto è una bella storia.

Il disco lo consiglio (per quanto difficile da reperire) a chiunque voglia avvicinarsi al genere, come qualunque altro disco dei Downchild...i ragazzi di Toronto.

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martedì, 23 ottobre 2007, ore 15:36

Antonio era un grande. In tutti i sensi: anche fisicamente, era piuttosto robusto, ci contendevamo quasi il primato del peso… Credo di non aver ancora conosciuto un uomo più generoso e buono di lui ! Si, lo so, si dice sempre così quando gli amici se ne vanno, succede anche per gli sconosciuti… si dice sempre di tutti quelli che se ne vanno “era un brav’uomo !” ma Antonio lo era davvero. Antonio suonava il basso elettrico, ma non solo. Per la musica era pronto a rinunciare a tutto, tranne alle belle donne. Ricordo ancora il giorno in cui, dopo mesi che lo corteggiavamo, il gestore del più quotato locale di musica dal vivo della città ci concesse una serata di prova. Chiamai subito Antonio dicendogli “Dove sei ? stasera suoniamo, si proprio lì, …in pratica Rino è rimasto scoperto, un gruppo gli ha dato buca e vuole noi per provare come va…!” All’improvviso partì un’imprecazione violenta ma pronunciata sottovoce dall’altro capo del filo “…Stasera… proprio stasera no…! Sono con una ragazza e… non è bello se me ne vado, un’altra volta…”. Rimasi basito, io che quella sera lasciai la fidanzata a casa (si, non fu un bel gesto)… ricordai tutte le volte che insieme ad Antonio avevamo fantasticato di suonare in quel locale, ricordai tutte le musicassette che avevamo portato perché ci ascoltassero, pensai a tutti quei gruppi che avevamo visto con una punta di invidia esibirsi su quel palco, e proprio adesso Antonio rispondeva “un’altra volta…” Tra le sue parole era sempre disteso un tappeto di rispetto quando parlava di ragazze; se aveva programmato di uscire o di incontrarsi con una donna nulla poteva smuoverlo dai suoi propositi, nemmeno la Musica, se non altro almeno per buona educazione nei confronti della sua ospite. Sono sicuro che non lo facesse per evitare di precludersi il probabile buon esito della serata, era solo per non perdere nemmeno un attimo, per non perdere l’opportunità di ritrovare la persona giusta per lui. Un matrimonio finito troppo presto lo aveva reso solo e spesso insofferente alla sua stessa solitudine, Antonio aveva voglia di condividere, aveva un’anima grande, grande come lui. Una volta mi disse “Sai cosa mi piacerebbe ? che un giorno potesse capitare di suonare da qualche parte e, alla fine, smontare tutto e spostarsi in un altro locale per ricominciare daccapo con un’altra serata, non mi stanco mai della Musica, prima o poi le prendiamo due serate nello stesso giorno, prima o poi succederà”. “Si”, dicevo io “facciamo come nel film di Fantozzi, andiamo a fare il veglione di Capodanno, poi mettiamo avanti le lancette e ne andiamo a fare un altro per beccarci doppia paga…! ”. Si scherzava spesso sulla storia della doppia serata con Antonio, soprattutto in una città come la nostra e in un periodo in cui suonare dal vivo diventava sempre più difficile. Ne abbiamo cambiate di formazioni, ma io e Antonio non ci siamo mai separati, era una perfetta amicizia in vera armonia di intenti e di note. Era la prima metà degli anni novanta, quasi tutte le settimane si usciva a cercare il posto giusto in cui suonare, io all’epoca ero all’università, Antonio lavorava da impiegato, per cui la nostra uscita periodica era motivo per distendersi e distrarsi dalle tensioni quotidiane, si andava a bere qualcosa e nel contempo a cercare locali nuovi, più o meno vicini, in cui proporsi. Ne abbiamo fatti di chilometri…ne abbiamo passate e vissute tante e, ora che ci penso, Antonio è rimasto forse l’unico vero amico con cui io abbia condiviso per un periodo della mia vita gioie e dolori. Ci si confidava spesso nel tratto di strada da casa ai locali e viceversa, si parlava di noi e delle nostre situazioni personali anche mentre, seduti al bancone del bar, si aspettava di parlare col gestore o il direttore artistico di turno. Era Antonio il motore di ogni gruppo in cui suonassimo, faceva da musicista, corista, tecnico del suono, organizzatore del trasporto di persone e strumenti, manager… insomma senza di lui non si andava da nessuna parte. Era comico il modo in cui storpiasse i titoli in inglese dei pezzi che suonavamo, li scriveva anche sulla sua scaletta personale e io, rileggendola prima di incominciare la serata, ne ridevo compiaciuto, spesso anche con lui. Fui felice il giorno in cui mi disse di aver trovato la donna giusta “Questa me la sposo !!!” ripeteva… gli ridevano anche le righe della camicia quella sera. L’aveva conosciuta in un locale, ovviamente, e ovviamente la sposò sul serio. Venne poi per me il momento di andar via dalla mia città per lavoro, dopo l’università. Lasciai ricordi, genitori, fratello, parenti, fidanzata, luoghi, e situazioni,  ma una delle persone da cui maggiormente soffrii il distacco fu proprio lui, Antonio. Rimanemmo in contatto, al telefono, sentendoci però sempre più di rado. Mi ripeteva spesso che avrebbe voluto che riprendessimo a suonare insieme, fantasticavamo di serate al nord, all’estero, di fare perfino un disco… Antonio se ne andò poco dopo il suo matrimonio, quasi all’improvviso, una sera di giugno del 2002.

Il giorno dopo ero in centro a Modena, con un discreto nodo alla gola, per suonare il Blues nel contesto di una rassegna pomeridiana, in piazza Mazzini. Prima che cominciassimo arrivò una telefonata. Al telefono era l’organizzatore della festa della birra di un paese in provincia “Stasera alle nove ho il palco vuoto, mi manca il gruppo, venite ?”. Ci facemmo due calcoli, avremmo finito in piazza verso le 19;30, potevamo farcela.

Fu la prima e, per ora, l’unica volta in cui magicamente ho suonato due volte in uno stesso giorno, alla fine dell’esibizione pomeridiana smontammo tutto per spostarci in un altro luogo, si, proprio per ricominciare daccapo…

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lunedì, 01 ottobre 2007, ore 11:01

(Oscar Peterson, copertina quadruplo CD: Somebody Loves Me)

 

“Le note migliori, le più belle, sono quelle che non suoni ma che qualcuno, che ti ascolti davvero, avverte”. Me lo ripeteva il mio Maestro, anni fa, la prima volta apprezzai la raffinatezza filosofica della sua enunciazione innamorandomene, soltanto qualche tempo dopo ne compresi appieno il significato. Avevo male interpretato le sue parole, avevo pensato si riferisse alle cosiddette ghost notes, quelle la cui oculata ed attenta omissione (per modo di dire) nel jazz e nel blues caratterizzano lo stile, danno senso al groove ed alla ritmica, alla pronuncia, dal batterista al pianista.

Un giorno lo ascoltai mentre suonava e compresi meglio. La cosa meravigliosa fu che apprezzai il suo insegnamento proprio mentre eseguiva un brano di Mozart, musica geniale, musica scritta, da interpretare senza però poter intervenire sulla scrittura delle note, su Mozart non puoi improvvisare…quasi mai… (anche se credo che Amadeus avrebbe gradito inserire qualche cadenza libera in ogni suo scritto). Il pianoforte è uno strumento temperato, uno strumento sul quale la distribuzione delle note in successione è calibrata da un’accordatura fissa in cui ogni nota è espressa dalla pressione di un tasto il cui martelletto fa vibrare una corda di lunghezza, tensione e calibro predefiniti. In pratica tra il si e il do non trovi altri tasti bianchi o neri corrispondenti alle infinite sfumature di intonazione che tra le due note ci sarebbero. Su di uno strumento a corde, teoricamente, si potrebbe suonare ogni sfumatura di intervallo decidendo il segmento di corda da far vibrare con la pressione delle dita. Questo sul pianoforte non è possibile, o meglio, non sarebbe possibile. Ascoltando con attenzione, ascoltando chi davvero sia in grado di riuscirci, si arriva a percepire la sfumatura altrimenti impercettibile, fisicamente ineseguibile, di un Si bemolle realmente differente e distinguibile da un La diesis. Di certo il contesto tonale aiuta ma c’è di più, una questione di tocco, forse di passione, forse di magia, ma a volte qualcuno arriva a suonare/non suonare in quello spazio fisicamente vuoto tra un tasto e il successivo un frammento di tono che non ha tasti se non nell’anima di chi ascolta davvero.

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giovedì, 06 settembre 2007, ore 14:27

"Ho avuto tutto dalla vita, davvero tutto.

E se mi verrà tolto tutto, con Dio andremo in pari"

                                    

Luciano Pavarotti

(12/10/1935 - 06/09/2007)

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lunedì, 20 agosto 2007, ore 12:00

Un bel giorno, Antonio Vivaldi, il geniale, mirabile “Prete Rosso”, così definito per la sua folta e fulva capigliatura, insolito “segno particolare” tra gli ecclesiastici veneziani, smise di dir messa. Due sono le versioni che motivano questo strano avvenimento, una ci viene riferita dal compositore stesso che in una lettera indirizzata al marchese Guido Bentivoglio d'Aragona, datata 16 novembre 1737, scrive:

 

"Sono venticinque anni ch'io non dico messa né mai più la dirò, non per divieto o comando, come si può informare Sua Eminenza, ma per mia elezione, e ciò stante un male che io patisco a nativitate, pel quale io sto oppresso. Appena ordinato sacerdote, un anno o poco più ho detto messa, e poi l'ho lasciata avendo dovuto tre volte partir dall'altare senza terminarla a causa dello stesso mio male. Ecco la ragione per la quale non celebro messa".

 

Ciò scrive il Maestro quasi a voler fugare tutte le dicerie più o meno diffuse che all’epoca (come pure oggi) si usava formulare sui personaggi di una certa fama, ancor più se si trattava di uomini di chiesa…Vivaldi si riferisce al male di “strettezza di petto”, ovvero asma bronchiale, da cui nacque affetto e con timore di prematuro decesso che, fortunati noi, non lo colse.

 

Secondo il conte Grégoire Orloff però la versione ufficiale circa la causa del latitare del Prete dall’altare fu un’altra e ben più saporita:

 

"Una volta che Vivaldi diceva la Messa, gli viene in mente un tema di fuga. Lascia allora l'altare sul quale officiava, e corre in sacrestia per scrivere il suo tema; poi torna a finire la Messa. Viene denunciato all'Inquisizione, che però fortunatamente lo giudica come un musicista, cioè come un pazzo, e si limita a proibirgli di dire mai più Messa".

 

Ciò è meraviglioso, ci mostra la figura di un uomo di chiesa che, tutt’altro che malato, seppur dedito ai suoi “uffici sacri”, non trascura nemmeno davanti a Nostro Signore la Sua Musica a dispetto dei fedeli. Ben più grande peccato avrebbe commesso, a mio parere, se avesse trascurato di scrivere le sue note a dispetto delle nostre orecchie. La descrizione del Conte è però ancor più deliziosa quando riporta la denuncia e la pena comminata al veneziano.

Mi immagino, come se lo vedessi, il tribunale della Santa Inquisizione: austeri personaggi in tunica scura, croce lignea al collo, volti severissimi, radunati un una sala umida di un grigio edificio in pietra tra le calli di Venezia, uomini "illuminati" solo dal flebile chiarore di qualche torcia… odore di muffa, sentore di roghi e di torture, atmosfera cupa e terrore di morte imminente ma un unanime verdetto: “Costui è un musicista, dunque un pazzo ! Non venga quindi messo a morte, che non celebri più dall’altare, che continui pure a farneticare di note…è soltanto un musicista !”

 

Ho conosciuto un prete, nel 1998, con una collezione di chitarre Fender, alcuni amplificatori e tanta simpatia. Una sera che col mio gruppo avremmo suonato proprio nella piazza antistante il sagrato della sua chiesetta di paese, prima del concerto mi avvicinò e mi disse: “Lo sai, lo ha detto pure il Papa che il Blues non è la musica del Diavolo, B.B.King gli ha regalato la sua Lucille ! …comunque ora faccio una cosa: dico rapidamente la messa delle 18:00 e poi ti vengo a sentire, non mi voglio perdere nemmeno le prove…! ” Un grande appassionato di Blues, un grande pazzo, fiero di esserlo, ed io come lui, per lui suonai tutta la sera…

 

ora che ci penso…tra i capelli bianchi ne conservava qualcuno di colore rosso… ma forse è solo suggestione…

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giovedì, 09 agosto 2007, ore 15:34

"Si, si, comme vuo' tu...

'na cosa però 'a voglio dicere:

Guaglio' teneva ragione John Mayall !!!"

_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_-_

trad.:"Si, si, sarà come dici...

ma concedimi una considerazione:

Ragazzo, John Mayall aveva proprio ragione !!!"

 

 

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